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Strategie alimentari e mentali per perdere peso

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L’alimentazione emotiva

1Una delle cose che spesso emergono nei colloqui con i miei pazienti è una relazione tra i loro stati d’animo e ciò che mangiano. Nei momenti di stress (quando sono sotto pressione), negli stati di tristezza, di rabbia o di ansia utilizzano cibi ricchi di  grassi e/o di zuccheri per fronteggiare queste emozioni sgradite.  E’ una strategia che funziona sul momento: il  mangiare del cibo-spazzatura ci calma e ci da sollievo. Ma è un sollievo momentaneo, è come grattarci quando abbiamo prurito, dopo poco il fastidio ritorna più forte di prima.  Siamo geneticamente programmati per provare piacere quando mettiamo in bocca cibi ricchi di zuccheri e grassi, ci siamo infatti evoluti in ambienti dove la disponibilità di cibi energetici era molto scarsa ed era giusto provare una sensazione di ricompensa quando riuscivamo a trovarne un po’ da mettere sotto i denti. Il sapore dolce, salato o la presenza di grassi fa rilasciare un neurotrasmettitore, la dopamina, in alcune aree cerebrali come il nucleo accumbens che sono associate alla gratificazione.

Tutto quello che provoca il rilascio di dopamina in queste aree può essere potenzialmente oggetto di dipendenza, non per niente la dopamina viene anche chiamata la molecola della  dipendenza e dell’assuefazione. Se comincio a mangiare certi cibi in risposta a emozioni disturbanti come la noia, rabbia, tristezza, ecc, svilupperò facilmente un associazione del tipo stimolo-risposta: ogni volta che proverò quella emozione sgradita automaticamente aprirò il frigorifero o la credenza (se sono in casa) per mangiare del “cibo consolatorio”. Ovviamente questo comportamento alimentare è (inconsapevolmente) finalizzato a modificare uno stato d’animo e non ad assumere nutrienti e calorie necessarie al nostro fabbisogno. Il risultato è che ingrasserò molto velocemente.

Questo comportamento, specialmente quando  è diventato sistematico, è causa di vergogna e imbarazzo, lo neghiamo e lo nascondiamo agli altri e a volte persino anche a noi stessi. Molte persone che “mangiano emotivamente” sono solite affermare che loro mangiano molto poco e che la colpa del sovrappeso è dovuto al metabolismo lento oppure che sbagliano ad associare i cibi. Questa deresponsabilizzazione però alla fine si rivela controproducente perché, non solo non mette nelle condizioni i professionisti a cui spesso si rivolgono (dietologi, nutrizionisti, dietisti, ecc) di trovare delle strategie adeguate al loro caso, ma anche perché non sono mentalmente disponibili ad affrontare il vero problema, ovvero il legame che si è creato tra le emozioni e il cibo.

Riconosco comunque che non è facile affrontare questo tipo di comportamento alimentare, anche quando la persona ne è consapevole ed è disposta ad affrontarlo  con tutte le proprie energie. Nei prossimi post proverò ad elencare alcuni approcci che nella mia esperienza si sono rivelati particolarmente utili.

Un caro saluto!

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Il piacere e il dolore come leve motivazionali

Iniziamo facendo una considerazione su questa famigerata “forza di volontà”, di cui alcune persone sarebbero dotate (quasi fosse un vantaggio genetico innato) e altre, sfortunatamente, ne sarebbero sprovviste. Ma le cose non stanno in questo modo eragionare in termini di “forza di volontà” ha il solo effetto di consolidare la nostra stasi.

Prendiamo l’’esempio di una donna che fuma oltre un pacchetto di sigarette il giorno e che, cosciente dei danni che il fumo provoca, abbia provato molte volte a smettere. Pur tentando mille sistemi diversi (gomme da masticare alla nicotina, magneti auricolari, agopuntura, ecc.) tutte le volte ha ripreso a fumare; scoraggiata dai numerosi fallimenti, è possibile che si sia convinta di non possedere “forza di volontà” sufficiente per interrompere questo comportamento. Adesso supponiamo che scopra di essere incinta e immediatamente smetta di fumare. Che è successo? E’ forse comparsa magicamente la “forza di volontà”? No, quello che è cambiato è la sua motivazione, in altre parole adesso ha un forte motivo per fare una cosa per lei tanto penosa quanto smettere di fumare. Il dolore psicologico che le causa l’idea di danneggiare la salute del suo bambino è molto più forte della sofferenza dell’astinenza dal fumo.

“Ubi maior minor cessat” dicevano i latini, noi lo potremmo parafrasare come: “Il dolore più grande scaccia quello più piccolo” In effetti le persone che scoprono di avere delle dislipidemie (colesterolo o trigliceridi elevati) o dei valori della glicemia elevati tendono a stare maggiormente alle regole, di chi è motivato solo da criteri estetici. Del resto la prospettiva di avere tra qualche anno un infarto, un ictus o il diabete causa (in alcune persone) un dolore psicologico maggiore della rinuncia a delle gratificazioni alimentari, fino adesso ritenute irrinunciabili.

Allora che facciamo? Utilizziamo il dolore come una clava? Aspettiamo fino a che il nostro medico, sventolandoci davanti le nostre analisi del sangue, ci dica: “Dimagrisca e si metta in riga o è spacciato”? No certamente! Sarebbe sciocco; ma proviamo ad utilizzare comunque il dolore come una leva importante per raggiungere i nostri obiettivi. La motivazione a cambiare si raggiunge quando associo un forte dolore a rimanere dove sono, e un forte piacere a dove voglio arrivare. Il solo “dolore “ non basta, può essere una forza potente che mi mette in moto, che mi fa agire, ma il suo effetto è limitato nel tempo se non utilizziamo anche la leva del piacere. Ecco allora che chi si è messo in riga per mesi, spaventato dai valori alterati delle sue analisi, quando finalmente i valori si saranno normalizzati, ricomincerà a straviziare o nel caso dell’esempio precedente, dopo aver partorito, la donna forse riprenderà a fumare. Perché non sono riusciti a mantenere il cambiamento? Perché non associavano piacere a questo cambiamento, gli stava scomodo, e sono riusciti a mantenerlo fino a che persisteva la minaccia di un dolore più forte, poi quando il bambino è nato, o i parametri alterati nel sangue si sono normalizzati, la motivazione basata solo sul dolore è scomparsa e con essa anche il comportamento.

Solo se associ piacere all’obiettivo che intendi raggiungere riuscirai a mantenere il cambiamento.

Ti prego di fare questo esperimento mentale che potremmo chiamare la fantasia del miracolo avverato: Immagina di aver già raggiunto il tuo obiettivo (che supponiamo sia di dimagrire): adesso sei finalmente al peso che hai sempre desiderato. Riesci a visualizzarti con l’occhio della mente? Bene, adesso immagina come ti vedresti allo specchio, o sotto la doccia, o al mare; come ti vedrebbe il tuo partner, i tuoi amici, i tuoi colleghi di lavoro e come ti sentiresti insieme a queste persone. Immagina in che cosa cambierebbe la tua vita e alle cose che faresti di diverso. Sicuramente stai provando piacere nell’immaginare ciò.

Sviluppiamo il nostro ragionamento… Come sai, ad ogni tuo stile di vita (alimentazione + attività fisica) è associato un determinato peso, e se modifichi anche in minima parte il tuo stile di vita (ad esempio inizi a fare meno movimento), il peso, anche se molto lentamente, si adeguerà verso valori più alti. Nella nostra fantasia tu hai raggiunto il peso desiderato grazie ad un miracolo, ma adesso sta a te riuscire a mantenerlo. Se il tuo stile di vita rimarrà quello attuale, anche il peso ritornerà a salire fino ad assumere il valore attuale. Lo stile di vita che è compatibile con il mantenimento peso desiderato sarà invece fatto di rinunce a certe gratificazioni alimentari (il che non significa provare la sensazione di fame) che adesso invece ti concedi liberamente e, sicuramente, ci dovrà essere dell’attività fisica regolare. Sarà uno stile di vita in cui l’alimentazione recederà sullo sfondo e il cibo assumerà più il valore di carburante biologico per il nostro corpo. Le gratificazioni che ci concediamo dovranno essere di altro tipo, inoltre il cibo non potrà più farci da anestetico emotivo, per farci superare momenti in cui ci sentiamo sotto pressione, irritati, annoiati o giù di corda.

Prova a fare più volte questo esperimento mentale e sviluppa la fantasia del miracolo nel modo più realistico possibile. Senti che vale la pena di realizzarla? Non ti preoccupare di come la raggiungerai, è forse la cosa meno importante; quello che ti devi domandare è se associ piacere a questo nuovo stile di vita. Se la tua risposta è affermativa, allora ti consiglio di passare alla fase dell’azione. Se sei più titubante, è probabile che sia ancora in una fase di ambivalenza in cui stai valutando i vantaggi del cambiamento, ma sei anche spaventato dal perdere i vantaggi (anche se non salutari) del rimanere come sei. Questa è una fase che ha bisogno di evolvere e non di essere forzata.

Per terminare questa riflessione, il consiglio che mi sento di darti per accrescere la tua motivazione al cambiamento è di iniziare a focalizzarti sempre di più sul piacere che trarrai dal raggiungere il tuo obiettivo.

L’effetto ideodinamico

Un’idea o un pensiero che si trasforma in azione, questo è il significato di questo termine coniato nel 1894 da Forel. Questo effetto è alla base dell’ipnosi, del training autogeno, dell’autosuggestione cosciente, e di molte nostre esperienze che condizionano e dirigono la nostra vita, ma di cui siamo inconsapevoli.

Pensare o semplicemente immaginare di muovere una mano, mette in azione i neuroni dell’aria motoria cerebrale corrispondente all’arto. Anche se non si verifica nessun movimento fisico, però l’attivazione neuronale può essere registrata.

Spesso gli atleti infortunati impossibilitati a compiere, magari per settimane o mesi, gli usuali allenamenti, eseguono dei training mentali in cui semplicemente visualizzano se stessi mentre eseguono quei movimenti. Il beneficio che si riscontra, una volta superato l’infortunio sono evidenti, rispetto a chi, nella stessa situazione, non si è “allenato mentalmente”.

Sono convinto che sia possibile sfruttare questo principio per favorire un sano dimagrimento e l’acquisizione di un corretto stile di vita, focalizzandoci proprio sui cambiamenti desiderati. L’obiettivo è di non puntare tutto solo sulla forza di volontà, ma di utilizzare al meglio le possibilità che la nostra mente ci offre.

In seguito riprenderò quest’argomento, perché lo ritengo molto importante per i nostri fini

Un ostacolo al dimagrimento: la leptino-resistenza

Dimagrire non è solo il risultato di un deficit calorico, le cose sono un po’ più complesse e, a mio avviso, più affascinanti. Rispetto a venti anni fa, le conoscenze sulla fisiologia e la biochimica della nutrizione sono molto progredite e hanno reso più complicato un quadro che invece sembrava piuttosto semplice.

Che cosa centra l’infiammazione con il dimagrimento? Procediamo per gradi. Innanzi tutto la prima grande scoperta che ha rivoluzionato la nostra conoscenza del tessuto adiposo risale al 1994, fino allora si credeva che il grasso corporeo fosse soltanto un tessuto di riserva, un’area di deposito dove stoccare l’eccesso calorico. Fu scoperto, invece, che le cellule adipose producono anche ormoni, al pari delle cellule della tiroide o delle surrenali. Il primo ormone identificato fu la leptina, ed è un potente ormone anti-ingrassamento, perché sopprime la fame a livello ipotalamico. Linee mutanti di topi resi incapaci di produrre la leptina ingrassano enormemente fino a pesare più del doppio rispetto a un topo normale, hanno una fame atavica e si alimentano in continuazione. Se gli viene fornita leptina dall’esterno, dimagriscono fino a raggiungere un peso normale.

Le cellule adipose producono un ormone che informa il centro della fame, situato nell’ipotalamo, della quantità di scorte presenti. Se io ingrasso, produco più leptina, la quale sopprimerà il mio appetito, facendomi dimagrire di nuovo e rendendo il mio peso stabile.

Perché esistono persone in sovrappeso o obese? Dove s’inceppa il meccanismo? Forse chi è in sovrappeso ha un difetto congenito nella produzione di leptina?

In effetti, in alcuni grandi obesi è stato riscontrato un difetto nella produzione di leptina, e in questi casi la cura consiste nel fornire dall’esterno quest’ormone, esattamente come si da l’insulina a un diabetico di tipo I. L’effetto è miracoloso, queste persone dimagriscono fino ad arrivare a un peso normale.

Sfortunatamente non è la soluzione per curare l’obesità, perché sono piuttosto rari i casi in cui riscontriamo un tale difetto nella produzione di leptina, mentre normalmente le persone in sovrappeso o obese hanno grandi, spesso grandissime quantità di leptina nel sangue, ma il centro della fame è diventato insensibile al suo segnale. Si parla di leptino-resistenza, in analogia a quanto avviene con l’insulino-resistenza, in cui l’organismo diventa progressivamente “sordo”, all’azione dell’insulina.

Una delle cause che portano alla leptino-resistenza è il processo infiammatorio che si genera in seguito ad una pessima alimentazione. Non parlo di un’infiammazione localizzata e utile, come quando ci graffia il gatto e nella ferita si genera un’infiammazione che ha lo scopo di combattere le eventuali infezioni e rigenerare il tessuto, ma di un’infiammazione generalizzata nel corpo e di bassa intensità. Non siamo in grado di avvertirla (come non ci accorgiamo del colesterolo o dei trigliceridi alti), anche se spesso avvertiamo un indefinito senso di malessere.

Questa infiammazione è causata da un’alimentazione sbagliata e fortunatamente possiamo intervenire e invertire il processo, contribuendo a ripristinare la sensibilità alla leptina e a favorire il dimagrimento.

Tutto questo sarà oggetto del prossimo post, altrimenti questo risulterà troppo lungo e noioso:-)

Jennifer Marnell: il carro armato del cambiamento.

A proposito di trasformazione di stili di vita, vorrei raccontarvi brevemente la storia di Jennifer Marnell, un’americana della Georgia.

Jennifer è cresciuta in una tipica famiglia americana: bibite gassate, snack sempre a portata di mano, pasti ai fast food, ecc. A otto anni era già una graziosa bimba un po’ cicciottella, a 18 anni, quando si sposa, è molto in sovrappeso. Nasce una figlia, e lei continua a metter su peso, fino ad arrivare a pesare ben 137 kg.

Fa molte diete, ma senza cavare un ragno dal buco: dopo aver perso un po’ di peso, lo riprende con gli interessi. Jennifer racconta che un giorno in cui aveva accompagnato la figlia al luna park, la bambina volle salire sulle montagne russe, dove però occorreva essere accompagnati dal genitore. Jennifer provò a sedersi sul trenino, ma a causa della sua mole non riuscì nemmeno ad allacciarsi la cintura di sicurezza. Fu fatta scendere insieme alla figlia. La bambina, piangendo gli gridò: “Perché non puoi essere come tutte le altre mamme!”.

Fu la classica goccia che fece traboccare un vaso già colmo: qualcosa scattò definitivamente nella testa di Jennifer.

Ridusse notevolmente le calorie, eliminò il cibo spazzatura e introdusse molta frutta, verdura, carni magre cotte in modo dietetico.  Perse molti chili, poi iniziò ad andare anche in palestra e ad allenarsi molte ore il giorno, sia ad attività aerobiche, che di potenziamento muscolare.  In meno di tre anni perde 81 chili, raggiunge i 56 kg.  La sua vita è cambiata radicalmente, ha lasciato il posto d’insegnante ed è diventata personal trainer nella palestra dove si allenava. Questa è ciò che mangia quotidianamente: due uova e una mela o una pera per colazione. Una mela ed una manciata di mandorle a metà mattinata. Pesce o pollo al forno con verdure varie sia a pranzo che a cena. Un frutto nel pomeriggio, un’insalata verde o un frutto prima di andare a letto.

Facciamo un paio di considerazioni.

La prima: a un cambiamento tanto radicale del suo stile di vita, ne è seguito un cambiamento altrettanto radicale del suo corpo. Non si scappa! Non ci sono “geni dell’obesità” “metabolismi lenti” o “problemi ormonali” che possono impedire questa trasformazione. Jennifer ci dimostra che questa trasformazione, da obesa a magra e in forma è possibile.

La seconda considerazione è che, guardandoci intorno, le persone che riescono a cambiare stile di vita così radicalmente (e in modo stabile) come Jennifer Marnell ce ne sono poche. Il perché non ci sorprende, la stessa Jennifer sostiene che questa trasformazione è frutto di duro lavoro e costante dedizione. Non si concede mai sgarri alimentari e si allena ogni giorno.

Poche persone sono in grado di sostenere, per un periodo superiore a qualche settimana, un tale stile di vita. Ma il punto è che posso comunque fare il 10 % dei cambiamenti che ha fatto Jennifer e trarne un notevole beneficio in termini di salute e aspettativa di vita. Lo sapevate che è già sufficiente ridurre il proprio peso corporeo del 10% per ridurre i rischi generali di mortalità del 30%? I primi chili che si perdono sono quelli localizzati nell’addome, in profondità, a diretto contatto con i visceri. Sono quelli più pericolosi per le malattie metaboliche come il diabete o per quelle cardiovascolari.

Una ragazza che pesa 100 chili e riesce a dimagrire fino a 90 kg (e a mantenere il peso), ha già fatto molto per la sua salute. Eppure era obesa prima e lo è anche ora, e probabilmente sarà insoddisfatta del risultato.

“O divento magra e raggiungo il peso ideale che indicano le tabelle, o altrimenti tanto vale che mangi come voglio”. E’ come dire: o raggiungo il 100% o non vale la pena di impegnarsi.

Questo è un grande errore: vale sempre la pena di impegnarsi! Anche per un 5%, o addirittura per l’1%.

Forse in questo momento, un miglioramento dell’1% per cento è il solo che riusciresti a fare, ma è importante farlo. Una volta salito quel piccolo gradino, salire il prossimo sarà più facile. Forse, il prossimo gradino potrebbe essere un passo un po’ più grande, ad esempio, il 2%, oppure il 3%.

Piccoli passi, piccoli miglioramenti, ma concreti e sostenibili. Lo stesso Lao Tzu, già 2500 anni fa sosteneva: “ un viaggio di mille leghe comincia con un primo passo”.

Vi auguro un 2012 di piccoli, concreti e sostenibili cambiamenti positivi!:-).

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