CambioStile… e dimagrisco!

Strategie alimentari e mentali per perdere peso

L’alimentazione emotiva

1Una delle cose che spesso emergono nei colloqui con i miei pazienti è una relazione tra i loro stati d’animo e ciò che mangiano. Nei momenti di stress (quando sono sotto pressione), negli stati di tristezza, di rabbia o di ansia utilizzano cibi ricchi di  grassi e/o di zuccheri per fronteggiare queste emozioni sgradite.  E’ una strategia che funziona sul momento: il  mangiare del cibo-spazzatura ci calma e ci da sollievo. Ma è un sollievo momentaneo, è come grattarci quando abbiamo prurito, dopo poco il fastidio ritorna più forte di prima.  Siamo geneticamente programmati per provare piacere quando mettiamo in bocca cibi ricchi di zuccheri e grassi, ci siamo infatti evoluti in ambienti dove la disponibilità di cibi energetici era molto scarsa ed era giusto provare una sensazione di ricompensa quando riuscivamo a trovarne un po’ da mettere sotto i denti. Il sapore dolce, salato o la presenza di grassi fa rilasciare un neurotrasmettitore, la dopamina, in alcune aree cerebrali come il nucleo accumbens che sono associate alla gratificazione.

Tutto quello che provoca il rilascio di dopamina in queste aree può essere potenzialmente oggetto di dipendenza, non per niente la dopamina viene anche chiamata la molecola della  dipendenza e dell’assuefazione. Se comincio a mangiare certi cibi in risposta a emozioni disturbanti come la noia, rabbia, tristezza, ecc, svilupperò facilmente un associazione del tipo stimolo-risposta: ogni volta che proverò quella emozione sgradita automaticamente aprirò il frigorifero o la credenza (se sono in casa) per mangiare del “cibo consolatorio”. Ovviamente questo comportamento alimentare è (inconsapevolmente) finalizzato a modificare uno stato d’animo e non ad assumere nutrienti e calorie necessarie al nostro fabbisogno. Il risultato è che ingrasserò molto velocemente.

Questo comportamento, specialmente quando  è diventato sistematico, è causa di vergogna e imbarazzo, lo neghiamo e lo nascondiamo agli altri e a volte persino anche a noi stessi. Molte persone che “mangiano emotivamente” sono solite affermare che loro mangiano molto poco e che la colpa del sovrappeso è dovuto al metabolismo lento oppure che sbagliano ad associare i cibi. Questa deresponsabilizzazione però alla fine si rivela controproducente perché, non solo non mette nelle condizioni i professionisti a cui spesso si rivolgono (dietologi, nutrizionisti, dietisti, ecc) di trovare delle strategie adeguate al loro caso, ma anche perché non sono mentalmente disponibili ad affrontare il vero problema, ovvero il legame che si è creato tra le emozioni e il cibo.

Riconosco comunque che non è facile affrontare questo tipo di comportamento alimentare, anche quando la persona ne è consapevole ed è disposta ad affrontarlo  con tutte le proprie energie. Nei prossimi post proverò ad elencare alcuni approcci che nella mia esperienza si sono rivelati particolarmente utili.

Un caro saluto!

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Cambiotesta e non mi metto a dieta.

CambiotestaIeri sera ho provato ad aprire il blog di Cambiotesta e non mi metto a dieta di Enrica, ma ho scoperto che il dominio cambiotesta.it è inattivo e che il blog è stato chiuso. Spero che Enrica si sia presa solo una pausa e che lo riapra al più presto.
Ho conosciuto Enrica Raeli nel 2009 ad un corso di psicologia strategica che abbiamo seguito prima a Roma e poi ad Arezzo, entrambi eravamo appassionati dell’approccio strategico e della Scuola di Palo Alto.
All’epoca aveva già aperto il suo blog in cui illustrava il suo punto di vista sul dimagrimento forte soprattutto della sua esperienza personale che l’aveva vista ingrassare nel corso degli anni fino a diventare obesa (era arrivata a pesare oltre 90 kg) e a fare numerose diete per dimagrire. Tutte fallite! Fino a che non ha adottato un approccio differente, cioè non ha iniziato l’ennesima dieta, ma ha “cambiato testa”. Questo le ha permesso di dimagrire 20 kg, senza fare nessuna dieta, ma cominciando a curare l’alimentazione e concedendosi ogni tanto dei piccoli piaceri culinari.
Nel suo blog, oltre a fornire informazioni scientifiche accurate sull’alimentazione (è un medico), descrive il suo metodo o meglio quegli approcci anche psicologici che le avevano permesso di “cambiare testa” e so, da fonti indipendenti, che moltissime persone ne hanno tratto grande beneficio e alcune sono riuscite a perdere moltissimo peso laddove anni di tentativi dietetici avevano fallito.
Fortunatamente, per chi fosse interessato su internet è ancora presente il suo vecchio blog (www.cambiotestablog.com), quello prima del trasferimento su cambiotesta.it che è avvenuto a settembre del 2010.
Nei prossimi post mi piacerebbe riprendere alcuni argomenti sollevati da Enrica nel suo vecchio blog e che spero che possano risultare utili a chi sta per iniziare un percorso di dimagrimento

Intanto consiglio a tutti/e una visita al suo blog!:-)

Pasta e fagioli

Pasta e fagioli

Il tradizionale piatto “pasta e fagioli” è un’ottimo piatto unico, può essere utilizzato a pranzo, oppure a cena. L’elevato contenuto di fibra contenuta nei fagioli contribuisce a renderlo molto saziante, inoltre il valore proteico del piatto è paragonabile a quello di una bistecca. Infatti per il principio di complementarietà tra i carboidrati e i legumi, il profilo di aminoacidi essenziali è ottimale, ma non contiene ne grassi saturi, ne colesterolo. E’ un piatto che mi ricorda l’infanzia:-). La cuoca del piatto nella foto è Raffaella C.

Cambiare a piccoli passi.

untitledQuando si pensa ad affrontare dei cambiamenti nel proprio stile di vita, come ad esempio il migliorare  l’alimentazione o iniziare a fare un attività fisica, rinunciando alla sedentarietà, di solito si tenta di farlo con un cambiamento di grande portata. Un cambiamento simile a un grande cataclisma: improvvisamente cominciamo a mangiare solo verdure, pesce e carni bianche e intraprendiamo un’attività massacrante in palestra. I grandi cambiamenti sono però talmente faticosi e punitivi che ben presto sono seguiti da una rinuncia totale e alla ripresa del solito stile di vita. Il tutto condito da una brutta sensazione di sconfitta e di fallimento. La mentalità del tutto o niente, o faccio un cambiamento totale o non ne vale la pena è un modo di pensare che inevitabilmente ci porta a lasciare le cose come stanno.

Molto più vantaggioso è invece  perseguire il miglioramento del proprio stile di vita per piccoli passi e proprio i primi passi dovranno essere particolarmente piccoli. Iniziare ad allungare un po’ il percorso a piedi per raggiungere la nostra destinazione è più produttivo che pensare di ritagliarsi un’ora al giorno per camminare a passo veloce. Iniziare a introdurre un po’ più di verdura a pranzo e a cena, o assaggiare qualche verdura che abbiamo sempre rifiutato, ci porterà con il tempo a maggiori cambiamenti rispetto all’iniziare una dieta drastica. I piccoli cambiamenti non generano resistenza, non spaventano, non fanno “scattare” l’amigdala, ecco perché possono riuscire la dove cambiamenti più massicci e catastrofici falliscono.

Il compagno di scuola ex obeso

200px-Monumento_a_Canapone_(Grosseto)Molti mesi fa partecipai ad una cena ex compagni di classe e vidi una persona che mi sembrava di non aver mai conosciuto. Quando vengo a sapere che si tratta di un compagno di scuola che non avevo più visto dal 1989 (l’anno della maturità)  quasi cado dalla sedia.  Lo avevo lasciato obeso, sopra i  115 chili e lo ritrovo più o meno normopeso. Capirete la mia curiosità nel capire cosa era successo. Mi sono seduto accanto a lui e mi ha raccontato la sua storia.  L’anno dopo la mia maturità (lui era rimasto un anno indietro per una bocciatura), si era trovato in una situazione di forte crisi personale. Non voleva più essere grasso!  E il problema era che grasso lo era sempre stato, fin da bambino. La nonna, con cui trascorreva la gran parte del tempo poiché i genitori erano impegnati nel lavoro (gestivano un’azienda privata), lo rimpinzava di cibo e dolciumi.  Facendo un rapido calcolo, dato che la sua infanzia l’aveva trascorsa negli anni ’70, la nonna aveva passato la guerra e conosciuto la fame, quindi si era formata la mentalità che” grasso è uguale a salute”.

Io lo conobbi così, un quattordicenne obeso, e lo lasciai così: un diciottenne obeso.  E se avessi saputo che sarebbe venuto alla cena mi sarei aspettato di trovarmi di fronte un quarantenne obeso. Ma le cose sono andate diversamente, e come mi ha riferito, quella disperazione in cui era piombato gli fece prendere una decisione irreversibile: sarebbe dimagrito ad ogni costo.

Ora, ritrovarsi a diciannove anni, all’ultimo anno di scuola, e quindi senza soldi, se non la paghetta dei genitori, che oltretutto non vedono un problema nell’obesità del figlio, significa dover dimagrire sostanzialmente da solo, senza l’aiuto di nessuno.

Risolse la cosa a modo suo e in modo molto radicale: con il digiuno. Digiunò per due settimane, aiutandosi bevendo un poco di succo d’acero (sono sostanzialmente zuccheri), poi due settimane di alimentazione normale, poi altre due settimane di digiuno, e così via, fino a raggiungere il peso voluto. Non è la cosa più salutare del mondo, comunque il fisico di un ragazzone ventenne può reggere a un trattamento così drastico, inoltre non ho idea di quante calorie assumesse con il succo d’acero, in ogni caso si trattava di un semi-digiuno, vista anche la rapidità del dimagrimento

La cosa che mi interessava molto era sapere come aveva gestito la fase di mantenimento, dato che la spinta biologica a riprendere il peso perso nell’immediato doveva essere fortissima, e in ogni caso anche la possibilità che lo riacquistasse sul lungo termine. Mi ha confessato che è stato durissimo non riprende il peso, e a volte nel corso della vita gli era ricapitato di ingrassare nuovamente, ma era sempre riuscito a riperderlo, in parte ripetendo quella che per lui era stata una strategia di successo.

Tuttora stava combattendo con il cibo, perché il desiderio di mangiare molto e cibi molto calorici gli era rimasta, ma riusciva bene o male a raggiungere un equilibrio calorico, restringendo tantissimo l’alimentazione dopo che aveva partecipato a qualche cena dove aveva straviziato.

Lo stress e il rilassamento

 

imagesUna delle cose che mi ha sempre affascinato della dieta Zona è che tra le varie indicazioni  vi è anche quella di praticare la meditazione allo scopo di controllare i valori di glicocorticoidi (principalmente il cortisolo). Dato che la dieta Zona si pone l’obiettivo di realizzare, grazie all’alimentazione e lo stile di vita, un controllo ormonale (es. insulina e glucagone), fino ad arrivare al controllo dei potentissimi eicosanoidi, non stupisce che si ponga il problema del controllo degli ormoni dello stress. In verità le indicazioni che Barry Sears da su questo punto sono piuttosto modeste, si limita in poche righe a consigliare una forma di meditazione molto semplice che ricorda la risposta al rilassamento che Benson propose nel 1975 in un libro che non è stato mai tradotto in italiano.  In ogni caso sono convinto anch’io che nell’affrontare  l’argomento su come migliorare lo stile di vita, non possiamo fermarci solo all’aspetto alimentare, ma considerare anche  la risposta biologica  allo stress dell’organismo. Sempre più ricerche, sia su modelli animali, sia cliniche, ci dimostrano che questa risposta biologica agli stressor, se protratta per lungo tempo favorisce moltissime patologie.

 

La risposta allo stress, che comporta l’attivazione dell’asse HPA (ipotalamo, ipofisi, corticale del surrene) si traduce in un elevata presenza di glicocorticoidi nel sangue e gli effetti sull’organismo sono ben conosciuti e ricalcano gli effetti collaterali di un lungo trattamento con farmaci cortisonici: riduzione dell’immunità,  catabolismo delle proteine muscolari (soprattutto braccia e gambe), inibizione della sessualità, diabete (aumento dell’insulino-resistenza) e obesità a livello viscerale.  Per chi ha un’elevata presenza di glicocorticoidi circolanti, sia naturali, sia sintetici dimagrire diventa veramente molto difficile.

 

Ma la cosa peggiore è stata una scoperta relativamente recente: un eccesso di cortisolo danneggia una struttura del cervello chiamata ippocampo, importante per i fenomeni di memorizzazione, ma anche perché l’ippocampo dovrebbe modulare la risposta allo stress spegnendola. L’ippocampo ha infatti un controllo a feedback negativo con i neuroni dell’ipotalamo che produco il CRH (ormone di rilascio della corticotropina) ovvero il primo ormone che da origine alla cascata dello stress.

 

Fino a che lo stress è contenuto e i glicocorticoidi non si mantengono elevati per molto tempo, l’ippocampo è stimolato a regolare negativamente questo tipo di risposta, ma se lo stress si prolunga, un eccesso di glicocorticoidi ha effetto neurotossico, uccidendo  i neuroni dell’ippocampo, e con esse la possibilità di modulare lo stress. Una conseguenza importante è che le persone depresse hanno un ippocampo ridotto e di solito un’elevata quantità di glicocorticoidi nel sangue.

Come possiamo fare per migliorare la nostra risposta allo stress?  

 

Esistono sono tantissime possibilità,  ma sicuramente l’allenamento costante a produrre una risposta di rilassamento fisiologico,che è incompatibile con un’attivazione da stress è quella a mio avviso più utile.

 

Le tecniche di rilassamento validate scientificamente non sono moltissime, e sono: il training autogeno, il rilassamento muscolare progressivo di jacobson,  la risposta di rilassamento di Benson, e la tecnica di riduzione dello stress basato sulla Mindfulness.

 

Vale la pena di impararne una, e di praticarla piuttosto regolarmente. Si sono dimostrate tutte efficaci nello diminuire la risonanza emotiva  e ciò può essere evidenziato anche da delle risposte fisiologiche, come la riduzione cella conduttanza cutanea (predominio del parasimpatico sul simpatico),  la vasodilatazione periferica cutanea, il rallentamento metabolico, la produzione di onde alfa cerebrali, e la diminuzione del cortisolo nella saliva.

 

Alcune di queste tecniche, come ad esempio il rilassamento muscolare progressivo, sono piuttosto semplici da imparare, ma non nascondo che la cosa più difficile è quella di riuscire al praticarle con perseveranza, perché all’inizio possono risultare anche molto noiose e inconcludenti.

La filosofia dei piccoli cambiamenti

E’ meglio intraprendere grandi cambiamenti, oppure adottare una strategia dei piccoli cambiamenti  mirati?

Possono funzionare entrambe le strategie, e il modo è pieno di persone che ci raccontano come da un momento all’altro, magari in seguito ad un evento impattante nella loro vita, hanno smesso di fumare e non hanno più toccato una sigaretta, oppure che  hanno perso 30 chili e dopo  hanno persino corso la maratona. Ma quante persone invece hanno intrapreso grandi cambiamenti per poi fallire miseramente dopo una sola settimana. Il mondo è altrettanto pieno (e molto di più) di persone che hanno  smesso e iniziato nuovamente a fumare o persone che si sono messe a fare una dieta rigida e che sono tornate a mangiare come prima.

Intraprendere grandi cambiamenti tutti insieme potrà anche risultare eroico, ma molto spesso, porta ad un fallimento carico di delusione e autosvalutazione.

gocciaMi appassiona molto di più la filosofia dei cambiamenti minimali, ma mirati. Possiamo introdurre nella nostra vita dei cambiamenti che siano sostenibili nel tempo e che dopo un po’ di tempo si traducano in effetti concreti. La cosa importante è che il nostro cervello, che è molto plastico, si modifichi anche fisicamente,  e” incorpori” il cambiamento.

Qualche esempio facile: possiamo imparare a utilizzare sempre meno sale per cucinale e vi assicuro che il nostro palato e il nostro cervello si abitua piuttosto bene. Ma se eliminiamo il sale dalla nostra tavola tutto in una volta, l’esperienza dei cibi completamente sciapi sarà vissuta in modo sgradevole e ben presto ritorneremo ad usare la stessa quantità di sale abituale. In questo modo il nostro cervello non si modificherà mai.

Io sono sempre stato un grande bevitore di latte, fin da piccolo. Ho la presunzione di dire che non avrò mai problemi di intolleranza alimentare in quanto riuscirò sempre a indurre l’espressione di una sufficiente quantità dell’enzima lattasi sui miei enterociti!:-) Comunque mi ricordo che alla scuola media un professore ci disse che non era necessario zuccherare il latte, in quanto conteneva già il suo zucchero, il lattosio.

Io invece lo zuccheravo eccome, sarà che contenesse questo lattosio, ma non mi sembrava dolce per niente! Invece, piano piano, ho imparato a gustare il latte così com’è, e devo dire che è effettivamente dolce! Non mi verrebbe mai in mente di zuccherarlo.

Ho eliminato totalmente il sale e lo zucchero da casa mia, ma l’ho fatto gradualmente, dubito che ci sarei riuscito se lo avessi fatto tutto in una volta.

I piccoli cambiamenti sono molto potenti, possono riuscire la dove i grandi cambiamenti falliscono. Hanno però un punto debole: perché si possano vedere dei risultati concreti e ottenere così il gratificante rinforzo positivo,  occorre persistere per un po’ di tempo con dei comportamenti che ci possono risultare un po’ faticosi o noiosi. Riuscire a mantenere la rotta in questa fase è fondamentale.

La motivazione al cambiamento

farfalla_monarcaCapita spesso, nella vita di tutti i giorni di cercare di convincere qualcuno dell’importanza di cambiare un comportamento chiaramente dannoso al suo benessere. Ma quanti di questi tentativi vanno a buon fine?

Pure i consigli e i suggerimenti del proprio medico di fiducia e di altri operatori sanitari, spesso cadono nel vuoto. Pensiamo a un medico che sta consigliando al suo paziente diabetico di monitorare la glicemia e di attenersi alla dieta prescritta, eppure quella persona persiste nel suo comportamento distruttivo.

Questo non vuol dire che  dare consigli e informazioni non funzioni mai, ma i problemi sorgono quando questa persona non è pronta a riceverli, sia perché non ha ancora preso in considerazione il cambiamento, sia perché vorrebbe cambiare ma è convinto di non farcela.

Il livello di disponibilità a cambiare è legato a due diversi fattori: l’importanza che la persona attribuisce al cambiamento di quel comportamento e la fiducia nelle proprie possibilità di poterlo raggiungere (Miller e Rollnick, 2004) .

Il primo risponde alla domanda “Ne vale la pena?” e fa riferimento alla discrepanza che una persona avverte tra quelle che sono le sue aspettative e i suoi valori personali e come stanno in realtà le cose. Più forte è questa discrepanza, maggiore sarà il disagio e la sofferenza che questa persona avvertirà nel rimanere nella sua condizione. E l’importanza che attribuirà al cambiamento aumenterà.

La fiducia risponde alla domanda “Sarò in grado di farcela?””Ho le risorse per riuscire?” In questo caso la sensazione di autoefficacia (Bandura, 1979) è limitata e la persona non ha fiducia nelle proprie possibilità di mettere in atto i comportamenti necessari per raggiungere il cambiamento.

Tutto questo ci fa capire che considerare le persone semplicemente come motivate o non motivate, è semplicistico,  la motivazione al cambiamento, infatti,attraversa tutta una serie di stadi o livelli.

Una parte importante del mio lavoro consiste nel valutare il livello di disponibilità al cambiamento della persona che ho di fronte e capire insieme a lei il grado di importanza che attribuisce a certi cambiamenti alimentari, oppure la fiducia che ha nel riuscire ad attuarli.  L’approccio sarà diverso, a seconda se una persona è convinta di potercela fare, ma in questo momento non è però convinta di voler cambiare, oppure è una persona che desidera cambiare ardentemente, ma ha scarsa fiducia di riuscire e non metterà in atto nemmeno un tentativo.

Non stupirti, se anche tu ti ritrovi in una di tali situazioni; è sicuramente la norma che su molti cambiamenti, pur giudicati positivi per il proprio benessere e salute, la maggioranza delle persone si  trovi in una situazione di ambivalenza e di incertezza.

A volte, durante i colloqui mi può capitare di utilizzare il cosiddetto “regolo moltivazionale” e di chiedere per uno specifico cambiamento alimentare (o di attività fisica):

  • Da uno a dieci, quanto ritieni IMPORTANTE questo cambiamento?
  • Da uno a dieci, quanto  ti senti  FIDUCIOSO di riuscire a realizzare questo cambiamento?

Da queste semplici risposte si possono trarre delle utili indicazioni su come meglio aiutare la persona a proseguire nel suo percorso alimentare.

Il piacere e il dolore come leve motivazionali

Iniziamo facendo una considerazione su questa famigerata “forza di volontà”, di cui alcune persone sarebbero dotate (quasi fosse un vantaggio genetico innato) e altre, sfortunatamente, ne sarebbero sprovviste. Ma le cose non stanno in questo modo eragionare in termini di “forza di volontà” ha il solo effetto di consolidare la nostra stasi.

Prendiamo l’’esempio di una donna che fuma oltre un pacchetto di sigarette il giorno e che, cosciente dei danni che il fumo provoca, abbia provato molte volte a smettere. Pur tentando mille sistemi diversi (gomme da masticare alla nicotina, magneti auricolari, agopuntura, ecc.) tutte le volte ha ripreso a fumare; scoraggiata dai numerosi fallimenti, è possibile che si sia convinta di non possedere “forza di volontà” sufficiente per interrompere questo comportamento. Adesso supponiamo che scopra di essere incinta e immediatamente smetta di fumare. Che è successo? E’ forse comparsa magicamente la “forza di volontà”? No, quello che è cambiato è la sua motivazione, in altre parole adesso ha un forte motivo per fare una cosa per lei tanto penosa quanto smettere di fumare. Il dolore psicologico che le causa l’idea di danneggiare la salute del suo bambino è molto più forte della sofferenza dell’astinenza dal fumo.

“Ubi maior minor cessat” dicevano i latini, noi lo potremmo parafrasare come: “Il dolore più grande scaccia quello più piccolo” In effetti le persone che scoprono di avere delle dislipidemie (colesterolo o trigliceridi elevati) o dei valori della glicemia elevati tendono a stare maggiormente alle regole, di chi è motivato solo da criteri estetici. Del resto la prospettiva di avere tra qualche anno un infarto, un ictus o il diabete causa (in alcune persone) un dolore psicologico maggiore della rinuncia a delle gratificazioni alimentari, fino adesso ritenute irrinunciabili.

Allora che facciamo? Utilizziamo il dolore come una clava? Aspettiamo fino a che il nostro medico, sventolandoci davanti le nostre analisi del sangue, ci dica: “Dimagrisca e si metta in riga o è spacciato”? No certamente! Sarebbe sciocco; ma proviamo ad utilizzare comunque il dolore come una leva importante per raggiungere i nostri obiettivi. La motivazione a cambiare si raggiunge quando associo un forte dolore a rimanere dove sono, e un forte piacere a dove voglio arrivare. Il solo “dolore “ non basta, può essere una forza potente che mi mette in moto, che mi fa agire, ma il suo effetto è limitato nel tempo se non utilizziamo anche la leva del piacere. Ecco allora che chi si è messo in riga per mesi, spaventato dai valori alterati delle sue analisi, quando finalmente i valori si saranno normalizzati, ricomincerà a straviziare o nel caso dell’esempio precedente, dopo aver partorito, la donna forse riprenderà a fumare. Perché non sono riusciti a mantenere il cambiamento? Perché non associavano piacere a questo cambiamento, gli stava scomodo, e sono riusciti a mantenerlo fino a che persisteva la minaccia di un dolore più forte, poi quando il bambino è nato, o i parametri alterati nel sangue si sono normalizzati, la motivazione basata solo sul dolore è scomparsa e con essa anche il comportamento.

Solo se associ piacere all’obiettivo che intendi raggiungere riuscirai a mantenere il cambiamento.

Ti prego di fare questo esperimento mentale che potremmo chiamare la fantasia del miracolo avverato: Immagina di aver già raggiunto il tuo obiettivo (che supponiamo sia di dimagrire): adesso sei finalmente al peso che hai sempre desiderato. Riesci a visualizzarti con l’occhio della mente? Bene, adesso immagina come ti vedresti allo specchio, o sotto la doccia, o al mare; come ti vedrebbe il tuo partner, i tuoi amici, i tuoi colleghi di lavoro e come ti sentiresti insieme a queste persone. Immagina in che cosa cambierebbe la tua vita e alle cose che faresti di diverso. Sicuramente stai provando piacere nell’immaginare ciò.

Sviluppiamo il nostro ragionamento… Come sai, ad ogni tuo stile di vita (alimentazione + attività fisica) è associato un determinato peso, e se modifichi anche in minima parte il tuo stile di vita (ad esempio inizi a fare meno movimento), il peso, anche se molto lentamente, si adeguerà verso valori più alti. Nella nostra fantasia tu hai raggiunto il peso desiderato grazie ad un miracolo, ma adesso sta a te riuscire a mantenerlo. Se il tuo stile di vita rimarrà quello attuale, anche il peso ritornerà a salire fino ad assumere il valore attuale. Lo stile di vita che è compatibile con il mantenimento peso desiderato sarà invece fatto di rinunce a certe gratificazioni alimentari (il che non significa provare la sensazione di fame) che adesso invece ti concedi liberamente e, sicuramente, ci dovrà essere dell’attività fisica regolare. Sarà uno stile di vita in cui l’alimentazione recederà sullo sfondo e il cibo assumerà più il valore di carburante biologico per il nostro corpo. Le gratificazioni che ci concediamo dovranno essere di altro tipo, inoltre il cibo non potrà più farci da anestetico emotivo, per farci superare momenti in cui ci sentiamo sotto pressione, irritati, annoiati o giù di corda.

Prova a fare più volte questo esperimento mentale e sviluppa la fantasia del miracolo nel modo più realistico possibile. Senti che vale la pena di realizzarla? Non ti preoccupare di come la raggiungerai, è forse la cosa meno importante; quello che ti devi domandare è se associ piacere a questo nuovo stile di vita. Se la tua risposta è affermativa, allora ti consiglio di passare alla fase dell’azione. Se sei più titubante, è probabile che sia ancora in una fase di ambivalenza in cui stai valutando i vantaggi del cambiamento, ma sei anche spaventato dal perdere i vantaggi (anche se non salutari) del rimanere come sei. Questa è una fase che ha bisogno di evolvere e non di essere forzata.

Per terminare questa riflessione, il consiglio che mi sento di darti per accrescere la tua motivazione al cambiamento è di iniziare a focalizzarti sempre di più sul piacere che trarrai dal raggiungere il tuo obiettivo.

L’effetto ideodinamico

Un’idea o un pensiero che si trasforma in azione, questo è il significato di questo termine coniato nel 1894 da Forel. Questo effetto è alla base dell’ipnosi, del training autogeno, dell’autosuggestione cosciente, e di molte nostre esperienze che condizionano e dirigono la nostra vita, ma di cui siamo inconsapevoli.

Pensare o semplicemente immaginare di muovere una mano, mette in azione i neuroni dell’aria motoria cerebrale corrispondente all’arto. Anche se non si verifica nessun movimento fisico, però l’attivazione neuronale può essere registrata.

Spesso gli atleti infortunati impossibilitati a compiere, magari per settimane o mesi, gli usuali allenamenti, eseguono dei training mentali in cui semplicemente visualizzano se stessi mentre eseguono quei movimenti. Il beneficio che si riscontra, una volta superato l’infortunio sono evidenti, rispetto a chi, nella stessa situazione, non si è “allenato mentalmente”.

Sono convinto che sia possibile sfruttare questo principio per favorire un sano dimagrimento e l’acquisizione di un corretto stile di vita, focalizzandoci proprio sui cambiamenti desiderati. L’obiettivo è di non puntare tutto solo sulla forza di volontà, ma di utilizzare al meglio le possibilità che la nostra mente ci offre.

In seguito riprenderò quest’argomento, perché lo ritengo molto importante per i nostri fini

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